giovedì, 25 giugno 2009
Cosa si fa per te.


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p.s: la foto non e' mia...
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giovedì, 21 maggio 2009

Le parole d'altri.

Ecco. Tu, è da tempo che non le trovi. E quello che hai da dire, non l'hai detto. Filippo Facci sì.

Ecco perchè lo incolli, qua sotto.

" [..] Non me ne frega niente di rifare tutta la discussione adolescenziale sull’amicizia tra uomo e donna: l’ho risolta da una vita. Di amicizie pure tra uomo e donne ne avrò viste al massimo un paio, alla fine erano sempre contaminate, presto o tardi venivano risolte.

Il punto non è questo. Il punto è che, in vita mia, ho visto anche pochissime vere amicizie tra donna e donna: incapaci, come paiono, di andare oltre una strettissima complicità. Il punto, soprattutto, è che in questa mia epoca sto vedendo pochissime vere amicizie anche tra uomini e uomini: una delle poche cose che i medesimi, rispetto alle donne, sapevano coltivare un po’ meglio di loro.

Parlo anche di quella che un tempo veniva chiamata semplice decenza: il gusto per il gesto, l’osservanza della parola data, la fedeltà, la correttezza, addirittura scemenze come il rispetto, la puntualità, la discrezione, la mera sensibilità e poi magari sì, l’eventuale condivisione di uno straccio di valore. Non sono valori borghesi, questi: sono valori romantici. L’amicizia stessa è un valore romantico, se proprio non resta altro. E siccome non resta altro, piuttosto, me ne sto da solo.

Sai che me ne frega dell’amicizia da grande distribuzione, di amici da cenette e da cinema e da vacanze, gente che fa per caso la mia stessa strada, dove sei, cosa fai, amicizia extralight in cui straparlare malissimo o benissimo di tutti, e dire sempre «sì» perché per deludere c’è sempre tempo. Che mi fotte di certa amicizia da interscambio continuo, telefonatine e messaggini e facebook, ecco, facebook, dove sei, cosa fai, vediamoci, scopiamo.

L’amicizia di cui parlo io esiste, la preservo come uno scrigno segreto, ha un prezzo molto alto: dà molto in cambio di molto, implica il coraggio di mettersi in gioco e di sapersi specchiare nelle aspettative altrui. L’amicizia di cui parli tu è gratis: dà poco in cambio di poco, e spesso, tipicamente, nei momenti difficili, nulla in cambio di nulla. Rimanere amici? Non c’è problema. Sentiamoci. Vediamoci. Organizziamo qualcosa."

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giovedì, 23 aprile 2009

Se viaggi, hai da viaggiare. Sempre stato, così, dopo tutto. Quelli nostri, di mezzi da strada, niente da invidiare ai taxi brus di raccontata memoria, proprio niente. Forse solo il colore, ecco, giusto un po’ meno raschiato dal sole. Buchi con della strada intorno, all the way attraverso, posti con nomi che non puoi sbagliare, dove ti trovi, intendo. Gonnesa, Bacu Abis, Cortoghiana, Nuraxi Figus con la ics, con buona pace di Atzeni e le sue j. E pugni. Uno dietro l’altro, di rosso e di giallo, che anche lì, due colori esistono al mondo, il verde è il secondo. L’Ayer’s rock di Monteponi, il far west a detta di Irene, 6 anni d’occhi neri e sorriso che come fanno i bambini ad essere belli senza denti. Rosso miniera, quello, affastellato di ginestre e mimose. Gancio, uppercut, montante. Pizzichi di tralicci e gru come caduti da un pugno, a cascata. E rosmarino e malva e salvia e anice e asfodelo, rose canine e denti di leone, asparagi a fare l’insalata. Papaveri cucusettete a scorcio in mezzo a stese, di margherite al giallo e al bianco, fino alla coscia, alte. Il porto la sera, viola e blu marino spalmato a sette mandate di vernice. Scirocco e poi ponente, e la luna a calare con delle greggi intorno, spuma di birra, come. Nuvole. Un viaggio, uno qualunque, sulle spalle i pesi andati e quelli a venire, un viaggio, piccolo, ma enorme di gittata. Strisce, di sabbia e fango, d’acqua su due lati, mare e palude. Strisce, a scorticare, di sole, e pozzanghere, e diluvi improvvisi, e carne a girare sullo spiedo infrattata in cespugli, metri pochi, dal bagnasciuga. Alghe, da assaggiare. E non saper che dire, di più. Pure volendo. Soltanto sapere che esiste, quello che sai. Qualcosa che da altre parti hai perso, interamente. Che non puoi più trovare, che hai smesso di cercare. In una terra arsa, battuta di vento, persa a mare. Sfumata, e con odori forti. Toccata, da tutti e da tutti lasciata. Ricchissima, e sterile insieme. Con un battito, suo, e tempi dilatati. Con gente corta e svelta. Facce e membra di volpe. Spremuta, con rughe fonde di crepe sulla roccia. Vecchia. Ferma. Ancorata. Scaltra, eppure innocente. Dove non cresce nulla, ed è vita tutto intorno.

 

Da dare, più nulla, di sicuro. Poche certezze, e tutte sbagliate. Vedi che cosa abbiamo perduto, diceva il tuo sogno, notti fa, vestito di panni ormai smessi. E giorni di silenzio, sotto silenzio passati. In aria, sempre più spesso, liberi quello che a terra ti neghi. E non puoi correre, non sai saltare. Solo a guardare, riesci, inglobare con gli occhi. Ascoltare, aspirando suoni e voci.

Mentre ti allontani.

pasqua4 080

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martedì, 07 aprile 2009

Nel giorno delle scosse che, dici, d’altro è inutile parlare. Hai fatto l’abitudine a sentirti piccola, e perciò non cambia niente, se anche parli a te stessa, e d’altro. Tanto sei niente, in capo al tutto e alle cose grandi. Per dirla come si mangia, alla morte. Di morti ce n’è tante, e una sportina, minima, ce l’hai piena anche tu, appesa a una spalla. Si parla mica, delle morti. Non è buona educazione. La cosa certa è che, una volta morti, si è morti e basta. La storia della resurrezione, della rinascita, della reincarnazione, tutte bufale che neanche fanno mozzarella. A volte i morti continuano a vivere, sembra, però. Sono morti, e nessuno lo sa. A parte loro, i defunti, che lo sanno eccome. Sanno che organi e nervi e muscoli funzionano. Per questo da fuori sembrano vivi. La macchinetta che fa andare tutto, però, quella è trapassata. Kaputt. La macchinetta non è fatta di nervi, e neanche di carne. È fatta d’altro, mica molecole. Quando la macchinetta è andata, le devi fare una bara. Non recuperabile. Non riciclabile. Al massimo biodegradabile. La macchinetta è quello che ti fa credere alle cose. Al mondo. Alla gente, quando parla. A quello che ti dice. A quello che gli organi, e i muscoli, e i nervi, e la pelle ti stanno dicendo. La macchinetta è una sicurezza. Un navigatore, come. Quando è rotta, mica si può cambiare. Una ne hai. Morta quella, ti attacchi. Viaggi alla cieca, insieme a tutta la carne che hai addosso, che continua a vivere, ma come senza occhi. Senza segnali stradali. Senza cartina. Senza Lonely, senza Google Earth. Senza bussola e sestante. Senza piedi, anche. Prima succede che non puoi parlare. Poi che non puoi pensare. Fare ragionamenti. Trattative. Scambi d’opinione. Difficile avere un’opinione, senza la macchinetta a coordinare i dati. Le indicazioni, i fatti. A mettere le parole in fila. Tutte le cose che hai da dire, senza la macchinetta, sono definitive. Lapidarie. Come tali, profondamente idiote. La macchinetta muore come Hal 9000. Si accorge che era viva solo mentre tira le cuoia. La cosa più dura è annunciarne la dipartita al mondo. Prima o poi s’ha da fare, tocca. Per evitare che intorno si continui ad aspettarsi qualcosa, da una vita apparente. Non da tutta, certo. Solo da quella che viene dalla macchinetta. Non piangete, non era mica una Ferrari. Non si piange per una Punto.

Almeno non tutti.

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lunedì, 02 marzo 2009

Poteva fermarsi, la valanga. Se qualcuno ti avesse sbattuto contro il muro del “ti dico io come stanno le cose”. Se non si avesse paura di come va il mondo, se si riuscisse a prendere gli istinti, guardarli in faccia e dire be’, è così, e allora? Di qua dove si va? Se guardandosi dentro si sapesse che a volte si trova della merda. Che la merda, una volta fuori, all’aperto, prima o poi la smette di puzzare. Si secca. E ci si possono fare delle cose buone. Se per questo, anche con quella fresca, ci si fa delle gran cose saporite. Ma a tenerla rinchiusa dentro un secchio, quella continua a fetere, ed ogni giorno ad ammorbare un pezzo in più di spazio. Finchè è la merda, lei sola, a vincere, e tu devi uscire per lasciarle il campo. Poteva fermarsi, o non nascere mai, la valanga. Ma bisogna volerlo. Bisogna pensarlo. Bisogna sforzarsi. Bisogna dare credito. A destra e a manca. Essere capaci di dirsi, e dire. Che hai pensato le peggio cose, e anche le meglio. Che il pensiero così è, corre, libero, dietro alle sensazioni. Siamo nati con questo, e da subito lavorano, tutti, perché lo perdiamo. Perché mettiamo i filtri, e le barriere. Perché teniamo a freno, invece di lasciar andare. Perché ci attacchiamo, a cose e persone, invece che lasciarle correre, e correre con loro, o lasciarle passare, che sono più veloci. Ma a te ti han fatta male, ti han fatta di ghisa, con il burro dentro. Ti han fatta, e ti sei fatta poi, che il gioco non ti piace, e giochi contro. Eri uno sputo, e già ti rifiutavi. La regola sociale, la felice convivenza, i primi e gli ultimi. Adattabile, certo, ma ad armi pari e senza imbottiture. O così o niente proprio. Giù le maschere, che tu non ne hai mai messe. L’avessi fatto, a quest’ora tutto tornerebbe, paradosso estremo. Invece no, che non torna.

Due più due continua a fare cinque.

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sabato, 28 febbraio 2009

Dormire, dormire, bisognerebbe. Invece si fuma a catena e si sbaglia. Si piantano in faccia alla gente degli occhi falsi, occultando pensieri. Veri, quelli lì, e devastanti. Tu lo sai, ma quanto ancora bisogna tenere per darsi credito, quante notti ancora a rimpolpare, riempire buchi, scavarne altri pur di non sentire il coltello. Che quello è lì, mica si sposta. Ficcato storto attraverso, ci cammini come avessi addosso un maglione, invece di una lama. E pur vedendo non credi, ancora. E pur credendo non muovi, non fai onde, non strappi e non ti fermi. Così che ad ogni segno sprofondi, e poi risali pur di non toccare, quello che c’è. Ravani e ti rovini, e poi ravani ancora. Sotto una pelle non più tua. Passi le notti accesa. E fuori, già autobus in corsa. Loro si sono spenti, almeno un po’, stanotte. Sei svitata da tutto, e nessuno chiede più. E tu a nessuno vuoi dire, comunque. Che altrimenti dovresti liberare l’urlo, scatenare  il tornado. Ti dicono che la realtà, la tua, non conta che sia vera. Ti dicono che sbagli, a voler avere il quadro. Che non sta lì, il problema. Ma la tua testa nessuno te la cambia. La testa quella è, e il muscolo con il coltello dentro, lui, continua a perder battiti. Cose da nulla, nomi, là dove non dovrebbero trovarsi. Oggetti fuori posto. Povere cose. Grandi silenzi.

Assordanti, che te lo dico a fare.

cena direttivo 074

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domenica, 22 febbraio 2009

I tuoi spazi, e quelli immensi che non ti è dato vedere. Voci da un deserto, agognate e temute. Un continente che esula, da ogni precedente sentore, e pure da immagini già macinate. Il fuoco di un vento che non sai, un richiamo d’acqua gialla che qualcuno fende, e tu puoi solo cercare di afferrare in sogno, la notte, da sveglia. Camminare, camminare tutta la città in cerca di piedi che battono e mani in aria. Strade lastricate di frammenti. Carta colorata, a pezzettini. Molta più vita negli antri d’osteria, con due chitarre e facce incartapecorite, bocche aperte a sbraitare canzoni tutte storte dagli anni, inclinate dal dialetto. E gli zombie a ciondolare dai locali spenti, bicchieri in mano, in attesa di sbarellare altrove, quel tanto di liquore in corpo che permetta di saltarsi addosso e finirla appoggiati a un muro dopo aver sboccato agli incroci. Vestiti da topi, o da panda. Contare una decina di puttane e hostess dell’Alitalia, compresse su sgabelli, tacchi in bocca e mojito in grembo. Non c’è musica che tenga, a farli muovere, una tristezza quadra sulle spalle lisce. L’osteriaccia intanto vibra, orecchie di coniglio a intermittenza e corna in testa, fritti di stagione e grappe a contrappunto di attacchi stonati, Battisti e PFM sgangherati di chitarra e bongo. Un viaggio saltato, la fatica di raggiungere lo scoglio uno spauracchio. A nuoto, ci saresti andata, d’altri tempi. Il resto stagna, scorrono aperitivi e domande avvelenate dal dubbio, occhi distolti e discorsi troncati. Non hai mai messo abbastanza filtri, tutto qui. Ed hai sfocato, insomma, tutto. Hai voglia d’acqua come mai prima, di stare a galla e muovere le braccia, un respiro ogni tre, e i piedi a spingere. Allargare i polmoni, i rumori di fondo annullati.


In mare, è meglio, certo.


febbraio09 190

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venerdì, 20 febbraio 2009

Even your worst fears will come true, if you chase them long enough.

(in the words of HST)

Con le parole, una lotta. Per farle uscire, intendo. Che ci vuole silenzio. Ecco. Ci vuole immaginazione, a pensare dei luoghi dove il silenzio è possibile. Pure se sai che ci sono, anche dove non ti aspetteresti, dove non credi di trovarli. È che quando lo schifo è peggio, di questi tempi, non vorresti proferire suono. Anzi, non puoi. Taci, quindi, da molto tempo. L’urgenza a spifferare, la trattieni, ché il pudore, quello, è diventato più urgente. Prendi tempo, e fiato. Ci vuole tutto il respiro, per affrontare il vuoto. Le cesure. Il silenzio. Le distanze. Sempre, a ben vedere, tutto, incredibilmente semplice. Riducibile. A quasi niente. Attendere verdetti non è come vorresti descrivere, il momento. Eppure di questo, si tratta. La calma indotta. I sensi sedati. Le liste della spesa. Due più due, eccetera. Credere più soltanto alla birra ha i suoi svantaggi, diciamo. Aspettare al varco, anche. Un cambio di capelli, invece che di prospettive. E invece di andarci, sull’isola, hai voglia di toglierle il tappo, glu glu. Guardi foto di posti che non vedrai, quasi sicuramente. La differenza nell’avere anni sul gobbone, più dei necessari. Sono i posti, non le persone, che contano. La ggente, ecco, ha stancato. Hai già visto anche quelli che non hai conosciuto. E vuoi sottrarti, insomma, ché di sorrisi aperti non ne vedi, in giro. Sguardi vacui, di quelli a bizzeffe, grandi orbite nere senza luce. Accogliere non viene più tutto ‘sto bene, ecco. L’effetto è che già senti di sapere tutto, e non dai spazio. Al possibile, categoria esaurita man mano che la pelle fa le grinze, e fosse solo quella. A un posto solo, pensi, dove avresti potuto restare, e hai scelto invece di lasciare fuori. Da cui, ancora, per cambiare, ti sottrai, e  da sempre. Dove non è scandito, il tempo. Dove resta l’unico sguardo chiaro che conosci. Da certi luoghi, non è possibile tornare. E nemmeno portarci qualcun altro, se è per questo. Certi luoghi, sono fatti ad impastarti, e non lasciano spazio, per portarsi da casa niente. Tutto lo sfacelo resta ad aspettare, con le cose di cui non si parla, e gli sguardi appannati. Quelli che la verità è un’opinione.

Eppure sono i tuoi, di occhi, ad abbassarsi.

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venerdì, 16 gennaio 2009

A volte tacere sarebbe opportuno. Sarebbe adeguato. Sarebbe gradito. Auspicabile. Saggio. Preferibile. Più che un’arte, una tecnica. Mai fatto pace, con le tecniche. A volte uscire dal tracciato viene ostico, guarda. Più facile, certo, seguirlo orma su orma, il tracciato, spalla a spalla, il recinto. Camminare muro muro, non si rimediano coltellate, di solito. Ma, di nuovo, c’è che vuoi amputare la cancrena, del tutto e per sempre. Spurgare lo spurgabile, che bisogna darci un tocco ad assestare più spesso di quanto si creda. Puntualizzare, come, al contrario. Ha sempre una fine, il gioco del trattenere. Rimane solo quello che si è capaci di lasciar andare, forse, e siccome lo scopo non c’è, ecco, nemmeno il senso. Ci vuole perdere il terrore, e trovare il coraggio. Ci vuole smetterla di contare. Non è che non si sappia, che si perde, il conto, sempre, che contare all’infinito non è affare umano. Ci vuole giocare con i mostri, tipo Monsters&co., per dire. Che se ci giochi, i mostri, loro, diventano simpatici, amici tuoi, ecco. Ci vuole che gli altri sono gli altri, e tu sei tu. Ci vuole smettere di voler essere ovunque, che di quello si è fatta indigestione a sedici anni. Ci vuole che i sorrisi, e le allusioni, le parole che sai, perché ne trovi traccia, essere dette in tua assenza, e parlando di te, certe risate sguaiate, e alcune facce fatte proprio in quel modo, ci vuole capire, che non si possono evitare. Ci vuole strizzare gli occhi trapanandosi in testa che se vai fuori da una stanza non smetti di esistere, per quelli lì che nella stanza restano, a dirsi delle cose che a te non direbbero mai, non come se le dicono fra loro. Ci vuole che lo sai, e basta. Ci vuole che il pensiero quello è, pensiero, nascosto anzichenò. Ci vuole, che ti piaccia o no, che non è pure lui parola, che non è espressione. Ci vuole che quando sei altrove c’è il caso che qualcuno, solo perché non sei orfana né tanto meno sola sul pianeta, un pensiero gli scappi, una frase, un cenno, una discussione, su qualcosa che sei, direttamente, inclusa o anche cardine, figurati. Ci vuole che non la saprai mai. Ci vuole che ci mancherebbe, sono mica nata ieri. Ci vuole anche al contrario, che a volte invece non ci sei per niente, o a tratti, e che le cose succedono lo stesso. Ti do una notizia, anche senza di te. Miracoli dell’essere animali, pensanti per di più. Frattaglie inutili, zavorre dispensabili, cose da nulla, queste. Ci vuole esser Pirandello, per nuotarci dentro, queste cose qui. Giocare a Pirandella ti ha portato sull’orlo, di uno scivolo a mare che declina lento verso il fondo, e in acqua ci sei già da un po’, le mani a graspo sulla mucillagine, cercando di frenare.

Per dirla fresca fresca di oggi, “filth and wisdom are two sides of the same coin”.

 

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sabato, 10 gennaio 2009

Sveglia. Completamente. Di botto, occhi sbarrati. Le quattro e un quarto, esatte. Due ore e mezzo dopo esserti addormentata. Ci si sveglia così per un rumore, sentito nel sonno, quando l’ambiente intorno è ostile. Boschi, città sconosciute, all’aperto, ci si è persi. Qualcosa ti sveglia. Qualcosa ti dice sta’ all’erta. Quando hai chiuso gli occhi, in testa, non avevi niente. E nemmeno adesso, ce l’hai. Solo, non dormirai più. Come dovessi stare attenta. Vigile. In genere, e in giro, all’istinto non si dà mai il giusto credito. Sempre troppo, o non abbastanza. Neanche i mezzi, ci sono, per soppesarlo realmente. Mica siamo nella giungla, ecco. Ma tant’è, prendi atto.

Alle notti non hai mai fatto l’abitudine. Specie a quelle di freddo. Dicono, dal caldo non c’è riparo, non c’è salvezza. Col freddo, ti copri. Stronzate. Il tuo corpo non è fatto per il gelo, e la tua testa limitata non si è mai allenata a sufficienza ad accumulare strati che non fossero quei due tre chili in più che gentilmente natura si premura di metterti addosso in forma di adipe attraverso richieste inconsapevoli di cibo. Grasso, possibilmente. Sei calibrata per l’inverno del sud, poco da fare. Geneticamente. Dalle notti, comunque, mai trovi riparo. Condannata dal ritmo circadiano invertito, dalla pressione sanguigna del rettile, dalla circolazione periferica inesistente. Le notti, tutto ridere, saltare, sproloquiare. Tranne dormire, tutto. Le mattine, invece, quelle sono fatte per restare sepolta, sotto quintali di roba calda e appiccicosa, dentro sogni movimentati. Notti che sogni, sempre, qualcosa. Corse, fughe, agguati. La città delle fughe e degli agguati. Persone morte nella tua vita da quanto non si può contare. Persone che non vuoi incontrare, che ti travesti e t’incurvi e cerchi di passare. Che ti vedono, ti seguono, ti confrontano. Che tu scappi, e loro dietro. Un aeroporto, in attesa del volo. Dove sei al sicuro, ma vedi chi ti cerca oltre un vetro. Che aspetta. Ma oggi, niente sogni, no. Solo risvegli.

Sono i giorni delle spinte, della fatica. Il vento è andato, ma ieri gli spingevi contro, e ancora, per muovere i passi, attraverso la piazza, come avesse due braccia tese sulle tue spalle a tenerti indietro. Fermati, diceva, lasciati cadere. Mica sempre bisogna chiedersi perché. Mica sempre vogliamo le risposte.

Che già ce le abbiamo, da qualche parte. E che restino là.

postato da: beabigg alle ore 04:17 | Permalink | commenti (3)
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