giovedì, 08 maggio 2008

Dai compleanni, uno, anche se non lo confessa mai, si aspetta sempre delle sorpresone. Non sono giorni come tutti gli altri, anche se ti affanni quasi tutta la vita, e sempre di più, a dire che è così. Un po’ come a Natale, o a Pasqua, che se appena riesci a sfangarla dalle riunioni familiari ti senti subito un po’ derelitta. Ne sono passati, di compleanni, tantissimi. Sei una di quelle che si ricordano Moro. Sei una di quelle che si ricordano il Vietnam, addirittura. Tribuna Politica, Alighiero Noschese e Mina e Gulp, fumetti in tvvuuuù. La tivvù dei ragazzi e Pippi Calzelunghe, persino. Eppure, ancora, ai compleanni non ti sei abituata. I regali, per dire. Sono sempre qualcosa che ti aspetti di non ricevere, prima o poi. Quelli che si dimenticano, che a un certo punto smetti di ricordarteli. Quelli che li senti solo quel giorno. Quelli che prima era il tuo compleanno, ora è quello di qualcun altro, prima. E sempre più che ti va di festeggiare, ma anche che festeggiare diventa una scemenza. Quando senti rabbrividendo che un ventenne dice oddio c’ho già vent’anni. Eccheccazzo. Va bene essere snob, ma a tutto c’è un maledetto limite. Quella che i fiori, e i libri, non ci pensa mai nessuno, o quasi. Il regalo più bello mai avuto, un prosciutto Serrano, tutto intero, portato con il taxi, che a piedi veniva una tirata. Un pensiero vero, dietro, ecco, che chissà che fine ha fatto quel matto lì. Ne facevi 31, quell’anno lì, ed eri già, da tempo, la più vecchia del gruppo. L’unica festa fatta in casa, da adolescente, era finita a torta sui muri. La festa a sorpresa, anche quella, già fatta. Avevi un vestito scandaloso, un po’ anni ’50, con le tette di fuori, e le calze a rete chiare. Un orrore, a dirla così, ma ti stavano bene anche i sacchi di juta, quei tempi lì, neanche troppi secoli fa.


A pennello, come ti stava la tua persona, e come ti è sempre stata l'acqua, in qualche modo.

rakov08 032

Concato, diciamolo, ti fa abbastanza cagare. Ma questa canzone, hai sempre voluto pensare che c’entri qualcosa, con te.

 

Tu che sei nata dove c'e' sempre il sole
sopra uno scoglio che ci si puo' tuffare

E ti ricordi c'era il paese in festa
tutti ubriachi di canzoni e di allegria
e pensavo che su quella sabbia
forse sei nata tu

E ci hai visto su dal cielo
ci hai provato e piano sei venuta giù
un passaggio da un gabbiano
ti ha posata su uno scoglio ed eri tu.

Buon compleanno, vecchia ciabatta.

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venerdì, 02 maggio 2008

Vedere le stelle, in una notte lontana dalle luci gialle. Abbassare il finestrino e acchiappare l’odore d’erba tagliata, prima di andare ad ingozzarsi di carne e sangue, bagnate di birra e grappe. Azzannare per far tacere la fame. Masticare per non mordere. Sentire il tessuto su alcuni punti a pelle, premere. E dondolare con l’aria tutto intorno a sfiorare, dura come cemento, sul sellino da bambini che ancora ti contiene. Volere a tutti i costi avere freddo, o caldo, o tutt’e due insieme. Cercare nel thesaurus la parola brividi, per ricordare che cosa vuole dire. Pensare che la usavi a fottere, tempo che non sai quand’era. Passare le dita fra i capelli, di continuo, a voler sincerare che ci senti attraverso. Guardarti di lato, di fronte e di dietro, che non c’è fine a quel che si dimentica. Guardare una cintura assestarsi e fermarti poco prima di morderla. E schifarti di non riconoscerti, nell’impulso, pur sapendolo tuo fino all’osso. Bloccare, sempre, poco prima, per non cadere in errore. L’errore, la migliore delle mie facoltà (cit.), ridotto al silenzio. In polvere. In briciole.

Pensierino della buonanotte, vuoi sbagliare fino a morirne.

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venerdì, 02 maggio 2008

A dritta, e a manca, lo gridano tutti. A richieste come questa, non c’è che da abbozzare. Chi sei tu per opporti, che cazzo vai cercando, se ogni cosa va là, dove può solo andare. Se lo dicono tutti, così è che s’ha da fare. Se è così che la si sfanga, perché cercare altro. Stare al gioco, è per quello che ti pagano. Anche per scomparire, a dir la verità. Ma in silenzio, eh, con dignità, per favore. Per non dire niente, ti pagano, per dare le cose per perse. Una bella battaglia, per morire in modi diversi. Tu vuoi botti, e ti offrono anestesie. Tu vuoi decidere, e ti si dice che devi subire. Tu vuoi fare, e ti si consiglia caldamente di stare a guardare. Quel nulla che hai già in mano, ti si chiede di non vederlo, ignorarne la sostanza, ciucciarti la forma e farti i fatti tuoi. Che, pare, siano altro da questo. Altro da te, in spiccioli. Ti si chiede di escludere, senza escludere del tutto. E tu sai che fuori è pieno di sorprese. Di vuoti d’aria, di salti in pancia.


Lo sai perché lo vedi dentro occhi che non sfuggono ai tuoi.


 

 

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lunedì, 28 aprile 2008

Alle volte, bisogna guardarsi in faccia, e non solo allo specchio. Alle volte, dire le cose in un certo modo, proprio quello lì, che sembra essere il meno adatto. Alle volte, alla brutto dio, e accada quel che accada. La gente fa un po’ il cazzo che vuole, sempre e comunque,e andare a sindacare non è cosa. L’unico modo che è rimasto, di restare sani, è tener ferme quelle cose tue, e tue soltanto. Le famose fregnacce dell’autostima, che tanto sanno di universali e spicciole teorie, alla fine le devi prendere da verità rivelate. Eppure, eppure non c’entra. Le persone o si piacciono o si odiano. O si sono, semplicemente, indifferenti. La gente si viene a noia, reciprocamente, non importa quanto straordinaria sia. Investire in qualcosa non ha senso, in un mondo che non ha quattrini, da investire, né emozioni, né tempo. Ché il tempo non esiste, esiste solo il presente. Il presente del momento, appunto. Uno stimolo è uno stimolo, la durata un concetto ristretto, individuale, e vale quanto la pizza di fango del Camerun. I sogni sono meglio della realtà. In un mondo in cui la realtà è normalmente, in modo condiviso, una vasca piena di merda. Alla generazione che conosci, e che hai rinnegato, almeno rimaneva l’utopia di un mondo grande da scoprire, di viaggi da fare, di cose forse ancora dette mai o dette poco. Rimaneva la chimera di rapporti liberi, aperti e possibili, non imbrigliati da stereotipi annullati da orde di indisciplinati cronici che ti avevano cresciuto. Fatto leggere i libri. Accompagnato a scuola. Raccontato le storie. Che ti avevano convinto di avere un avvenire. Quelli che ti avevano guidato gli occhi a cercare “quell’avvenire che avevano sognato” e che adesso, nascosti, giudicano il tuo trovare che “i sogni sono ancora sogni, e l’avvenire è ormai quasi passato”. Le mani non fanno che tendersi, ad afferrare sintonie d’intenti e sguardi. In una Gotham City che non lascia spiragli, eterno inverno, senza nemmeno il sole a mezzanotte. Toccarsi diventa massima interdizione, toccarsi è dato solo come concessione. Sembra si possa, e a volte si riesce. Ma non può darsi il tocco che acquisisce eternità. Soltanto il tocco che mantenga l’illusione, quello che possa sedare, un momento soltanto. Oppure dare il senso d’infinito, e poi lasciare allontanarsi in fretta, tornare dove si controlla. Va bene anche così, così dovrebbe andare. Ma se qualcuno non lo dice, manca qualcosa, manca da morire. Toccarsi non è cosa di un momento. A toccarsi ci vuole dedizione. Nel senso di passione, per le cose. Le persone. Quando l’unica persona a far la differenza sei tu, e tu soltanto, toccarsi non è altro che riempire. E si sa, quello che si riempie già si sa. Ad esser pieni, già, di tuo, toccarsi è altro, di sicuro.

Io di sensi ne volevo cinque e basta, come chiunque altro.  

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mercoledì, 23 aprile 2008
Something to look forward to
Il nuovo film di Sorrentino, Il divo. E Toni Servillo, naturalmente.

Something not to be missed
Juno. Ar cinema.

Something to make you scream with laughter
Il sito di Spoilerin'. Controindicazioni: se odiate che vi dicano come finisce un film, evitatelo. Ma fa schiattare.
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martedì, 22 aprile 2008

Nera. Informe. Indisciplinata. Guizza sotto le coperte, ancora, indomita. Invitta, nonostante le siringate d’indifferenza e schifo. Urla contro il muro, piange mangiandosi la coda lorda di fango. Vuole scappare, ed è imbrigliata mani e piedi. Incorniciata e appesa a un chiodo, con gli scatti cerca di passare il messaggio. Invece. Quel quadro da dove pende non è quello che si vede. Non è l’immagine della scassaminchia. Quella che grida per liberarsi è la foto di una che aspetta, di una che spera. Quella che strepita vorrebbe scollarsi di dosso la donnetta che le hanno appiccicato. Che non c’è, non esiste, non più, non da millenni. C’è qualcuno incrostato là sotto che apre la bocca in sogno per rompere l’incantesimo e tornare a terra. Quella lì è finta, quella lì ha finito di vivere, ammazzata a sangue freddo, soffocata nel sonno, segate giugulare e aorta. Quella lì è morta. Defunta. Questa qui ha fretta di uscire, slacciare i nodi, andare. Rivuole indietro tutto, la sua aria per prima. Non gliel’hanno fatto, se l’è fatto da sé. Aveva i suoi motivi. Portare a casa la pelle, dicono, e lo prende a prestito. A questo è servito, imbavagliarsi con lo scotch, che per sfiga non è whisky. A questo, salire a morto le scale in un dato momento. A questo, scenderle di nuovo diretta ai binari, a chiudere il cerchio, a scadenza raggiunta. Quando le braccia si chiudono a contenere, è che vorrebbe straripare ovunque.

 

Ovunque.


Let her go.

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lunedì, 21 aprile 2008

A ben vedere, non ci si crede. Non si crede di svegliarsi al mattino con in mente il delitto della notte appena trascorsa. Un altro. L’ennesimo. Sempre la stessa morte, quella. Stavolta corredata da assassine conosciute in squadra, trasformate in fumetto, vendicatrici dalla testa rasata. Non si ha nemmeno voglia di pensare, capire non c’è niente da capire. Non soccombere al senso di vuoto, compito massimo e missione quotidiana. No, di vuoto. Di perdita. Guardare al lato folkloristico, di tutta la faccenda. Smettere di balbettare, e se… Guidare il corpo verso dove deve andare, astrarre. Miniaturizzare, per così dire. Occuparsi di fatti e fatterelli, per non guardare il grattacielo ormai inscalabile, senza ascensore, e dentro cavo. Pianificare tempo, e spazi, è solo cosa tua. Calmarti, se il vulcano comincia a borbottare. L’impeto è quello di strappar capelli a ciocche, più delle volte. E per questo ti picchi, con tutto, e con tutti. Con le parole, che ti sono invise, tu ci lavori. Ed ogni giorno una fatica erculea a ripescarle, là, dove non ci sono. Dove non stanno più di casa, in mezzo ad organi fetenti, smangiucchiati e putridi. Fegato spappolato, polmoni a buchi, vescica incontinente. Sei gradi di separazione sono sani, ora lo sai, ora che ne hai disintegrati troppi tutti insieme. Le unghie sono quelle dei momenti peggio, dure ed esagerate, una vita a sé. La tua centrifuga che tira le cuoia, e rimani, cestello con la ruggine, sulla sabbia a rottamare. Certi pezzi di città che non puoi più vedere, ogni luogo ha allacciato un pezzo di distanza.


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Hai voglia il sole, e il mare. Se non sai più sceglierti una nota, ad accompagnare.

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lunedì, 21 aprile 2008

Il sindaco di Alghero ha chiesto alla banda comunale di non suonare “Bella ciao” durante le celebrazioni per il 25 aprile. Trovate l’articolo de La Nuova Sardegna qui. Non ho da aggiungere niente, tranne che è un’altra delle occasioni in cui è impossibile non accorgersi di come funzionano le cose. Un forzitaliota che si permette di sindacare su cose che appartengono alla gente, decide che una canzone popolare sia un simbolo di ideologia politica, sostenendo che diventi strumento di divisione, quando è un canto della Resistenza, che perciò appartiene a tutti e, proprio per questo, unisce. O meglio, ha ragione chi ha detto che divide, sì, gli antifascisti dai fascisti. La festa della Liberazione non è una festa di sinistra, o meglio è di sinistra in quanto la sinistra sposa gli ideali dell’antifascismo, sempre e comunque. Ancora oggi. La sinistra che intendo io sono le persone, prima che i partiti. Siccome la critica è venuta, più che ragionevolmente, da un uomo di sinistra, il sindaco lo accusa di “strumentalizzare” una decisione che deriva dalla volontà di “non dividere”, appunto. Di utilizzare questa come occasione per criticare l’operato della destra in nome del rancore per la sconfitta elettorale. Ma dico, si può essere più cretini di così? Eppure, questo è l’atteggiamento di tutti i berlusconiani, “vittime” della persecuzione di una sinistra rancorosa verso i loro successi, ancora una volta la storia di Silviuccio perseguitato dai cattivoni intellettuali di sinistra, dai magistrati rossi, dai media tutti “schierati a sinistra”. La cacca infame è che c’è chi gli ha creduto, lo dimostrano le urne. Continuiamo così, facciamoci del male. Continuiamo così, picchiamo la testa contro il muro.


Continuiamo così, raccontiamocela fra noi.

 

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mercoledì, 16 aprile 2008

Non è l’alcool, che pure è andato in circolo in quantità industriali. Non è la lente a contatto, che al solito ha preferito strade alterne, andando a rendere più chiara una visione da tergo, per così dire. Non sono le elezioni, che pure hanno somministrato alta dose di dopamina e oscure visioni. Non è che questo stile del non è l’hai già esaurito in precedenza, e che ha stufato te, per prima. Non è che hai ancora voglia di scrivere su stati, e tempi, e rigurgiti. E non è nemmeno che vuoi spiegare, perché di spiegare ne hai avuto abbastanza. Il fatto è che t’illudi d’aver fatto, e detto, tutto quel che c’è, e anche di più. Che credi d’esser fuori, dove nessuno vede, che vuoi ad ogni costo acquisire lo stato gassoso, e il tuo misero corpo non te lo permette. I tuoi occhi miopi non sanno come fare. Il tuo andare e venire silenzioso, non regge il lungo corso. Il fatto, e l’antefatto, che a dirla tutta son la stessa cosa, è solo che non. Non vuoi credere, non vuoi parlare, non vuoi guardare la pioggia martellare il selciato, non vuoi vedere quel colore lì, proprio quello, che taglia in due l’orizzonte a sera, non vuoi camminare. Non vuoi vestirti, non vuoi andare dove devi andare, non vuoi guardare in faccia l’orco maledetto. Ti hanno messa su uno scaffale a prender polvere, e tu ci resti starnutendo, ci resti senza darti spinta verso il bordo, l’orlo, il confine, il cordolo che vedi e non sai dire. Muta, silente, avara, sostenuta. Cadavere scalciante che non vuole, non vuole. Bruce Willis che non sa d’essere lui, il fantasma. Aspetta che qualcuno glielo dica. Fare finta è somma scienza che non puoi inventare. Fare finta con te stessa è laurea quinquennale con master. Fare finta è d’uopo, e al tempo è cosa fuori dal controllo. Quel pezzo verde di residuo bellico non muore, neanche a cannonate. Quel paio di cosce, quelle tette, quel piede di misura corta, quel mazzo di capelli riannodati, quelle mani e le unghie e i polpastrelli, non li metti a tacere, non gli dici che fare. Dicevi ho chiuso un ciclo, dicevi, sono a posto, dicevi, non m’importa niente. Dicevi, ed era vero, finchè dura, era. Dicevi, sono uscita, ho fatto, ho ripreso, non devo più sputare tutto quello che sono, ce la faccio e non m’importa, più nulla. Dicevi, e facevi, acqua, da tutte le parti. Vai a dormire, vai, vai a dormire. Passa la gomma pane, sopra la grafite. Passa cimose gonfie, e raschia il gesso.


Cancellati, che te lo chiede il mondo, che poi saresti tu, essenzialmente.

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martedì, 15 aprile 2008

Non ho rabbia rimasta, ho tristezza. Che siamo un paese di coglioni, e lo scrivo minuscolo, paese intendo, ché il coglioni invece andrebbe tutto in maiuscole, lo sapevo da tempo. Da troppo. Analisi politiche, c’è chi le fa meglio. C’è chi le fa, tante. C’è chi le fa bene. Io, ora, davanti a me, vedo solo una cosa, che solleva il mio stomaco e mi fa guardare a domani. Solo una. Una data, il 25 aprile. Io voglio andare qua. Voglio stare in mezzo a quei 7.000 che canteranno. Il mio Bella Ciao lo voglio urlare tutto, dal basso del mio sconcerto, dall’abisso della mia delusione, dagli inferi del mio rifiuto, dal girone del mio schifo. Insieme a quelli che non hanno abdicato. Insieme alla gente che non sogna di essere un cummenda. In quella terra lì, voglio gridare la mia scelta, la mia differenza, in una carboneria, in un luogo settario che mangia salsicce e turtél, che addosso mette un drappo rosso e per un giorno si ricorda una battaglia. Per pensare che sia possibile. Per sentire voci intorno che non credono che libertà sia non pagare l’ICI. O avere tre macchine, e la tessera del billionaire. O sposare un uomo ricco, o scosciarsi in televisione. Per stringere mani di persone. Per sentire bandiere schioccare al vento senza accenno di nero o di azzurro. Per ritrovare negli occhi quello che dietro ai simboli non si vede più. Per sentirmi meno sola. Per alzarmi in piedi e cantare: mi chiamo Mollybee e sono comunista. Mi chiamo Mollybee e oggi sono Partigiana.

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postato da: beabigg alle ore 17:34 | Permalink | commenti (3)
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